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Foto di Dirk Beuth rilasciata in cc https://flic.kr/p/hWU3Pp

Valutazione delle performance della PA nella prospettiva etica. Il focus a FORUM PA 2017

di Giovanni Urbani, Evaluator & Public Administration Manager

La valutazione delle performance della P.A. al tempo delle riforme, non è solo il titolo di un evento di FORUM PA 2017, ma un percorso: dopo oltre sette anni dal D.lg. n. 150/2009 – cd riforma Brunetta – ed in attesa di avere una nuova dimensione attuativa con la riforma Madia (L. n.124/15).

Le politiche degli ultimi anni sembrano mettere in discussione positivamente gli strumenti utilizzati per valutare il funzionamento della cosa pubblica, seppur con qualche piccola ombra. L’esigenza primaria da soddisfare è che etica ed efficienza vadano di pari passo per il rinnovamento del sistema pubblico italiano. Il bisogno d’autorevolezza, di credibilità, di giustizia da parte delle istituzioni pubbliche è il fondamento, il presupposto necessario per il merito, e ciò vale sia nei confronti degli amministratori e dipendenti che dei cittadini. Per quanto riguarda gli impiegati pubblici e, soprattutto, i pubblici amministratori, è utile ricordare che un tempo si parlava molto di “spirito di servizio”, forse anche troppo, ma era una prospettiva densa di significato etico, oggi purtroppo smarrita.

La nuova riforma Madia ha molti punti di forza e alcuni di debolezza: tra i primi la centralità e l’indipendenza della valutazione. Si ricorda che prima della recente istituzione dell’Elenco degli OIV (con requisiti di integrità e appartenenza contingentata parzialmente da rivedere), il reclutamento dei valutatori era operato dagli organi politici statali e locali con “discrezionalità elevata”, in assenza di requisiti di professionalità specificamente versati nel campo metodologico-disciplinare della valutazione. L’indipendenza oggi è cresciuta e deve essere diffusa, come la cultura della valutazione.

Tra i pochi significativi punti di debolezza si rileva nel nuovo sistema un discreto approccio centralistico e si auspica quindi autonomia spinta per Regioni ed Enti Locali. Inoltre, è da decifrare il ripristino del regime di relazioni collettive nel pubblico impiego antecedente al congelamento delle medesime avvenuto nel 2009, attraverso l’attribuzione alla contrattazione collettiva nazionale di un ruolo prevalente sulla legge ed alla contrattazione collettiva decentrata di un ruolo prevalente sul potere organizzativo del datore di lavoro pubblico. Questa restaurazione (di fatto) costituisce diretta esecuzione dell’accordo stipulato tra il Ministero, PA ed i grandi sindacati del pubblico impiego prima del referendum costituzionale. A breve, si avrà l’eliminazione della previsione per cui, in sede di contrattazione decentrata, se non si raggiungeva un accordo entro quindici giorni l’amministrazione poteva comunque procedere ai cambiamenti necessari; questo ci fa ritornare alla subordinazione del potere organizzativo dell’amministrazione all’assenso preventivo ed obbligatorio delle organizzazioni sindacali interne. Insieme al maggior potere riconosciuto ai contratti collettivi nazionali, ciò significa resettare un diritto di veto sindacale su organizzazione del lavoro e, nel caso in oggetto, della valutazione delle performance.

Valutare le performance, organizzativa e individuale, nella prospettiva futura di medio termine, non significa certo semplice osservanza di “procedure”, ma capacità etica di produrre cambiamento in avanti per tutti, superando la cooptazione, tutta italica, che ha da tempo dimostrato nei fatti come in generale siamo più “amici e parenti” che cittadini responsabili. Ben venga una nuova riforma come quella in essere (magari ottimizzata dove e quanto serve), anche se, per permettere di elevare la pubblica amministrazione italiana, occorre liberarla da pesi che, più che normativi, sono palesemente organizzativi e comportamentali.